La memoria dell’acqua: al Cinema dal 28 Aprile – Recensione

memoriaacqua3Un bottone e un oceano per raccontare il Cile. Sono i punti di partenza del documentario “La memoria dell’acqua“, al cinema dal 28 aprile. A che cosa potranno mai essere legati acqua e bottoni? Sembra strano a dirsi ma sono elementi comuni a due massacri, diversi e assurdi allo stesso modo: quello ad opera dei coloni occidentali contro gli indigeni della Patagonia e quello contro gli oppositori del generale Pinochet.

Il bottone riporta alla storia di un nativo dell’ottocento che accettò di andare in Inghilterra a “farsi civilizzare” per un intero anno, in cambio di un bottone di madreperla. Fu per questo ribatezzato Jimmy Bottom, ma al suo ritorno, non riuscì più a recuperare del tutto la sua identità e la sua vita di prima. È il simbolo questo dell’aspra battaglia culturale tra nativi e conquistatori e del tremendo genocidio degli indigeni, derubati della loro terra, della loro storia, della possibilità di vivere. Dall’altra parte un bottone, ritrovato in fondo al mare attaccato a una rotaia, è il pretesto per far emergere anche altri delitti.

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Lì, infatti, vennero fatte sparire circa 1400 persone, oppositori di Pinochet o semplici sostenitori di Salvador Allende prima che venisse ucciso nel colpo di stato. Nei sedici anni di dittatura che seguirono, migliaia di rapiti e mai ritrovati, i desaparecidos, dopo esser stati brutalmente torturati, furono legati ad una rotaia pesante trenta chili, per poi essere gettati in mare dagli elicotteri. Il tempo, il mare e i pesci non hanno lasciato nulla di quei corpi, ma le rotaie sì, quelle sono ancora in fondo al mare. Insieme a un bottone. Un bottone è tutto quello che rimane di una persona torturata, assassinata, “impacchettata” con fil di ferro e buste, secondo un procedimento standard, e poi gettata via come un sacco della spazzatura. Il mare è un altro elemento in comune per queste due storie di violenza. L’acqua ha in sé le voci degli indigeni e dei desaparecidos, entrambi trucidati.memoriaacqua1Gli scomparsi del periodo della dittatura giacciono fisicamente in quel cimitero naturale che, invece, per i nativi della Patagonia di cultura Selknams era la vita. I popoli del sud erano considerati dei nomadi dell’acqua e faceva parte della loro modo di vivere andare per mare con piccole canoe costruite con tronchi d’albero, remare per migliaia di chilometri e attraversare enormi distanze. Ma quando arrivò l’uomo bianco tutto questo divenne impossibile, fino a che fu imposto loro di recidere definitivamente il rapporto con l’acqua e la loro cultura. Oggi sono rimasti solo venti sopravvissuti. Lo stile del regista Patricio Guzman si vede dal racconto dei “dettagli che si amplificano come onde” (come spiega la voce narrante) e arrivano a dare una visione d’insieme coinvolgente e toccante. Da inquadrature ravvicinate per mettere a fuoco piccoli particolari si passa a immagini di panorami immensi e intensi suoni della natura. Da foto d’epoca si va a testimonianze dirette dei nativi della Patagonia, fino a ricostruzioni di come venivano occultati i cadaveri dei desaparecidos.

Al documentario si mescolano la poesia e le suggestioni dei paesaggi che sembrano finti quasi come quelli di un set cinematografico. È il Cile, con la sua bellezza e i suoi drammi da lasciarsi alle spalle. Ed è tutto vero, purtroppo.

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